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di Fabrizio Rizzi

ROMA – «Cercate di inventare meno favole». Silvio Berlusconi, al voto finale della manovra, a Montecitorio, trova il tempo per qualche battuta. E’ scuro in volto e fila via veloce per un Consiglio dei ministri sul quale hanno gravato i sospetti di un blitz per varare una stretta per decreto sulle intercettazioni e frenare così la valanga di conversazioni del caso Tarantini-Lavitola che sta scuotendo la maggioranza. Non se ne farà nulla, passa invece un provvedimento che rende urgenti le riforme istituzionali a partire dal popolare taglio dei parlamentari.

Ma quel piano di far passare un decreto nel Consiglio dei ministri serale, Berlusconi lo aveva in mente da giorni. Perché, come ha rilevato durante lo stesso Consiglio, «l’87 per cento degli italiani è intercettato e vuole che si faccia immediatamente una legge». Ne avrebbe parlato, in tarda mattinata, con il capo dello Stato, da cui avrebbe ricevuto una stroncatura: già in diverse occasioni, del resto, il Colle ha bloccato decreti sullo stesso identico argomento con fermezza, Costituzione alla mano. Al termine del colloquio al Quirinale il premier ha convocato il Guardasigilli, Francesco Nitto Palma. Poi ha allertato la Lega. Il requisito dell’urgenza, avrebbe spiegato, è dato dalle conseguenze che potrebbe subire il Paese già attraversata dalla difficile congiuntura economica, se venissero pubblicate altre conversazioni delicate che lo riguardano.

Il presidente del Consiglio non ha ancora deciso se si presenterà o meno ai pm di Napoli. Contatti con i legali e il Procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore, ci sono stati anche ieri, per tutto il giorno. Ma ben difficilmente il Cavaliere scioglierà il nodo, anche se i suoi fedelissimi dicono che lui non vorrebbe farsi incastrare in un atto istruttorio. L’avvocato Niccolò Ghedini ha precisato che nulla è ancora deciso e la scelta deve essere «correlata dagli atteggiamenti della Procura stessa». Il timore di cadere in trappoloni e agguati giudiziari è forte nell’entourage. C’è soprattutto il rischio, fanno presente i legali, che se i magistrati ravvisassero che il premier rende una falsa testimonianza, potrebbero chiederne l’arresto in flagranza, reato che è fuori dai parametri dell’immunità parlamentare. Dure le opposizioni. Pier Ferdinando Casini, leader Udc, incalza: «Il presidente del Consiglio, se i magistrati lo chiamano, ha il dovere di andare».

Arrivato alla Camera, in tarda mattinata, per il voto di fiducia, il Cavaliere si è sfogato con un gruppo di deputati e deputate, lamentando la persecuzione dei magistrati attraverso le intercettazioni. «Ci sono pm che continuano a usare la giustizia a fini politici. E’ un problema che riguarda tutti, anche l’opposizione. Perché se oggi colpiscono me, domani potrebbe toccare a uno di loro». Avrebbe spiegato poi di avere aiutato solo una famiglia in difficoltà economica, quella di Tarantini, malgrado sia stato lasciato «senza contanti» dalla sentenza di un tribunale di Milano: ennesimo riferimento alla sentenza sul lodo Mondadori. E ha ricordato, il Cavaliere, di fare tanta beneficienza: negli ultimi tempi avrebbe donato 30 milioni di euro («20 milioni, soltanto negli ultimi due anni»). «Perché tutte queste cose non sono uscite dalle intercettazioni, date in pasto ai giornali?». Ma non avrebbe donato soltanto soldi a ospedali, associazioni onlus, anche a persone che sono fallite e andarono a bussare alla sua porta: li aiuto a comprare l’appartamento. «Io sono un generoso, faccio beneficenza», come è accaduto nel caso Tarantini, ma anche per Lele Mora.

Giovedì 15 Settembre 2011 – 09:04 Ultimo aggiornamento: Venerdì 16 Settembre – 09:32

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