Wait...

Sistema home cinema Lifestyle V25

di Laura Simeoni

TREVISO (17 novembre) – Noemi Tintinaglia è una graziosa ragazza di 16 anni. Abita a Mogliano. Studia, esce con gli amici, gioca a pallavolo, partecipa alle attività degli scout. Qualche tempo fa qualcosa nella sua vita è cambiato. Una vicina di casa, a cui era affezionata, inizia a comportarsi in modo strano. Dimentica le cose, appare confusa, sembra non riconoscere più gli amici e i parenti. «Sono rimasta colpita da questi segnali che non capivo e da una malattia con cui mi sono scontrata, l’Alzheimer» racconta Noemi.

Certo, avrebbe potuto fare come tanti: lasciarsi scivolare tutto sopra con indifferenza, curarsi dei fatti propri, vivere in spensieratezza la sua età. Eppure quel pensiero non la lasciava. Cosa succede nella mente di una persona affetta da questa malattia? Come aiutare l’anziana vicina e altri nelle stesse condizioni? «Mia madre ha cominciato ad occuparsi della nostra vicina, le preparava da mangiare, la accudiva». L’esempio della madre conta più di tante parole o prediche che gli adulti spesso fanno ai ragazzi, dimenticando di mettere in pratica ciò che dicono.

Ma come fare? Come rendersi utile? «In quel periodo ho letto un articolo nel giornalino del progetto giovani che si chiama Salamandra e mi sono decisa ad agire». Si parlava di un progetto curato dal Centro di servizio per il volontariato, che offre ai giovani di svolgere delle esperienze nel sociale. «Ne ho parlato con alcune amiche e così ci siamo decise» racconta Noemi. Prima del corso proposto dall’associazione Natale Mazzolà, la giovane aveva già svolto del volontariato all’istituto Menegazzi, rintracciando la vicina di casa che non manca di incontrare appena può. «Lei non mi riconosce più ma mi guarda e le si inumidiscono gli occhi per l’emozione e questo mi riempie la giornata». Noemi sorride. Ha ritirato il suo diploma, alla conclusione del corso di formazione, dalle mani del presidente dell’Israa Fausto Favaro avanzando con le stampelle. Si è fatta male giocando a pallavolo ma non voleva rinunciare alla cerimona per lei molto importante.

Diverso il percorso di Alberto Padalino, uno dei rarissimi maschi che hanno accolto l’appello degli anziani trevigiani. A ritirare il diploma erano solo in due. «I mei amici non capiscono perché sono qui» spiega il 15enne studente del Riccati. Una scuola diversa da quelle da cui usualmente provengono i volontari. Al Menegazzi sono principalmente studenti del Duca Degli Abruzzi (liceo socio-psico-pedagogico) e dell’Itas Mazzini, scuola paritaria specializzata nel sociale. Alberto deve convivere con una storia personale pesante. Ha perso la mamma quando era molto piccolo ed è stato costretto a crescere in fretta. «Io non mi dissocio dai miei coetanei che amano divertirsi, ma non penso che la vita sia tutta qui». Anche Alberto legge la rivista Salamandra e si incuriosisce entrando in contatto con lo Sportello «Scuola-volontariato». Accostarsi alle persone in difficoltà è per lui «un modo per mettesi in discussione e maturare».

La sua esperienza gli fa capire che «i giovani mascherano la solitudine e il vuoto che hanno dentro con mille maschere» mentre dedicarsi agli altri riesce a colmare il vuoto: di chi soffre e insieme il proprio. Alberto è alla ricerca di persone vere, che non badino solo all’apparenza. Anche se la scuola riconosce crediti formativi a chi fa volontariato, questi ragazzi non sono spinti da critieri utilitaristici. E lo dimostra il fatto che a corso concluso hanno deciso di continuare l’esperienza, ampliandola anche ad altri settori: il doposcuola per i bambini immigrati (Noemi) e i disabili dell’Anffas (Alberto). Dimostrando – come testimoniano – che «a Treviso non esiste solo la generazione da spritz».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Add comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *