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di Massimo Martinelli

ROMA – Ancora una settimana e Valter Lavitola potrà prenotare un volo per Roma per concludere la sua latitanza dorata a Panama. Perché ieri mattina, più o meno verso mezzogiorno, il procuratore aggiunto di Bari Pasquale Drago ha depositato le sue conclusioni nell’ufficio del capo dei Gip baresi. E ha spiegato di non avere elementi per chiedere un nuovo arresto per il presunto faccendiere accusato di aver indotto Gianpaolo Tarantini a mentire davanti ai pm allo scopo di salvaguardare il premier dall’inchiesta sulle escort portate a cena a Palazzo Grazioli. L’alto magistrato avrebbe motivato la decisione dicendo che non ci sono le esigenze cautelari richieste dal codice per emettere un nuovo provvedimento di arresto; e questa affermazione potrebbe rappresentare il colpo di grazia per un’inchiesta decisamente controversa, avviata dalla procura di Napoli per una ipotetica estorsione ai danni del premier, architettata da Lavitola e Tarantini e finita poi a Bari dopo una triangolazione con la procura di Roma per un’ipotesi opposta, che vede il premier e Lavitola presunti responsabili di pressioni indebite nei confronti di Tarantini.

Pasquale Drago, notoriamente poco incline alla conversazione con i cronisti, si è lasciato sfuggire un commento che va oltre la motivazione tecnica sulla mancanza di esigenze cautelari. «Le indagini sono ancora tutte da fare», ha detto, spiegando di aver delegato alcuni accertamenti ai carabinieri. Tuttavia, pur nella sua essenzialità, quella frase contiene per intero il tarlo del dubbio che potrebbe convincere l’alto magistrato barese a spedire il fascicolo in archivio. Poiché è chiaro a tutti che non c’è alcuna indagine da fare.

Quello che è successo è già negli atti: nelle conversazioni intercettate, nei ventimila euro al mese versati ai Tarantini, nel mezzo milione regalato «una tantum», nei rapporti su pedinamenti e incontri. Significa che, almeno in questa storia, il pm è chiamato solo a fornire la sua interpretazione sui comportamenti tenuti dai tre protagonisti di questa vicenda: Silvio Berlusconi, Valter Lavitola e Gianpaolo Tarantini. Per i magistrati di Napoli, il giovanotto barese cercò prima di fare carriera portando escort nelle case del premier e poi lo ricattò: pretese soldi, appalti e protezione in cambio di un atteggiamento complice davanti ai pm, che erano pronti a indagare il premier per favoreggiamento della prostituzione.

Sulla base di questa ipotesi, i pm partenopei fecero arrestare Tarantini e spedirono sua moglie, Nicla Devenuto, ai domiciliari. Avrebbero arrestato pure Lavitola, se lui non avesse annusato l’aria delle manette e non fosse fuggito in Brasile. Questa impostazione catapultò l’inchiesta a Roma, perchè – disse il gip di Napoli – se c’era stata un’estorsione, questa era avvenuta nella capitale. Qualche settimana dopo, mentre si discuteva davanti al Riesame di Napoli sulla fondatezza dell’arresto di Tarantini, i pm partenopei spostarono il tiro. Sulla base di documenti che non conoscevano al momento di arrestare Giampi, rovesciarono l’accusa. Non più estorsione nei confronti del premier ma il contrario: Berlusconi e Lavitola – dissero in procura – esercitarono pressioni su Tarantini affinché tenesse fuori il premier dall’inchiesta sulle escort dicendo che lui, Berlusconi, non sapeva che molte di quelle ragazze fossero pagate per le prestazioni sessuali. La nuova impostazione piacque al Riesame. Che scarcerò Tarantini e stabilì che l’indagine finisse a Bari, dove Giampi «era stato costretto» a sostenere l’estraneità di Berlusconi.

E’ qui che Pasquale Drago avrebbe dovuto recepire le indicazioni, rinnovare la richiesta di arresto per Lavitola e iscrivere il premier nel registro indagati. Ieri, invece, il colpo di freno. Per Lavitola non ha ritenuto che ci fossero estremi per l’arresto; per Berlusconi ha chiesto nuove indagini per capire se è il caso di indagarlo. Domani incontrerà i vertici della procura di Roma; e, a questo punto, non si può nemmeno escludere che restituisca a loro tutto il fascicolo, affermando che il premier potrebbe essere solo vittima di un’estorsione. Che poi è quello che avevano sostenuto a Napoli all’inizio di questo valzer giudiziario che ha portato il nome del capo del governo in giro per l’Italia.

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