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di Roberto Papetti

Il nome è altisonante e immaginifico, come impone la retorica leghista: Parlamento della Padania. Ma l’assise che si riunisce oggi a Vicenza non ha, né potrebbe avere, altro potere che “legiferare” sui destini futuri del Carroccio. Un compito comunque impegnativo, considerata la crisi di strategia e di consenso che percorre il movimento di Bossi.

Chiusa l’esperienza di governo con un vertice diviso e una base sempre più insofferente e sfibrata dai sacrifici politici imposti dal patto di ferro Bossi-Berlusconi, la Lega ha scelto di andare all’opposizione con un chiaro e duplice obbiettivo: rinsaldare le proprie fila e recuperare i consensi perduti intercettando una quota di malcontento che, inevitabilmente, la cura Monti provocherà in settori della popolazione, soprattutto al Nord. Per far questo il Carroccio, smessi gli abiti ministeriali, ha immediatamente indossato quelli del guerriero padano, rispolverando toni e slogan barricaderi e rinunciando alla sua vocazione “governativa”.

Che, anche nei momenti più difficili, si faceva forte di un concetto caro a Bossi: “Pur di ottenere i nostri obiettivi e il federalismo, noi siamo pronti a venire a patti anche con il Diavolo”. Di fronte al governo Monti, però, invece di scendere all’Inferno e incontrare il presunto Belzebù, i leghisti hanno preferito salire direttamente sull’Aventino dell’opposizione.

Una mossa che se da una parte ha riscaldato i cuori della prima linea dei militanti, dall’altra parte ha suscitato forti perplessità in tanti amministratori padani e fortemente deluso quell’elettorato moderato e produttivo che al Nord aveva dato il proprio voto alla Lega, non perché sedotto da suggestioni secessioniste, ma in nome di una domanda di pragmatismo e di efficienza di governo che il Carroccio, soprattutto a livello locale, aveva saputo interpretare meglio di altre forze politiche, pescando consensi a destra e a sinistra. Come è ben chiaro ai dirigenti più avveduti del Carroccio, è difficile ora, per questo elettorato, continuare a riconoscersi in un movimento che, in una fase drammatica come l’attuale, si chiama fuori da qualsiasi responsabilità parlamentare, liquida il governo Monti come “La fabbrica delle povertà” (titolo de “la Padania” di venerdì), torna a inneggiare all’indipendenza della Padania.

Del resto che questa fosse la probabile deriva leghista era già apparso chiaro a Pontida prima e poi nell’adunata settembrina di Venezia: già in quelle occasioni, nel tentativo di mascherare le difficoltà del presente ed un palese vuoto di proposta politica, Bossi aveva tentato l’operazione nostalgia resuscitando parole d’ordine ormai scomparse dallo stesso vocabolario leghista, prima fra tutte la secessione.

La scelta risoluta di andare all’opposizione solitaria si inserisce in questo solco. “Per noi sarà un balsamo”, ha detto Maroni. Ma un politico accorto e intelligente come lui sa che la Lega ha bisogno di ben altre cure ricostituenti. La caduta del governo Berlusconi ha segnato la fine di un ciclo politico. La crisi economica in corso, dagli esiti tutt’altro che scontati, sta scardinando assetti ed equilibri economico-finanziari che si ritenevano consolidati. Su questo teatro in forte mutamento la Lega si presenta con un discreto gruzzolo di voti e una schiera di bravi e credibili amministratori, ma paga l’assenza di un progetto e di un’elaborazione politica all’altezza delle nuove sfide e sconta la debolezza di un gruppo dirigente centrale in larga parte usurato, anche sul piano della credibilità.

“E’ arrivato il momento di invertire la rotta” titolava l’altro ieri la Padania annunciando l’odierna Parlamento nordista Vicenza. Si tratta di vedere però verso quali lidi si orienterà il brigantino leghista. Se verso quelli di un partito federalista capace di rinnovarsi, anche nel proprio gruppo dirigente, e di rimettersi in gioco o se verso quelli di un anacronistico e sterile movimento neo-secessionista, chiuso nei propri riti e nei propri cerchi magici.

Domenica 04 Dicembre 2011 – 13:30 Ultimo aggiornamento: Lunedì 05 Dicembre – 13:37

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